Perché rivivi sempre la stessa storia?

Mani intrecciate a fili rossi, simbolo degli schemi relazionali che si ripetono

Possibile che vada sempre così?

Forse te lo sei chiesto dopo l’ennesima storia finita nello stesso modo, quando cambi partner e dopo un po’ ti ritrovi negli stessi silenzi e nella stessa distanza. Quando cambi cerchia di amici e torna puntualissima quella sensazione di non essere importante per loro. Te ne accorgi mentre discuti con la persona che ami e ti rendi conto che è la stessa identica discussione di sei mesi fa, solo con parole un po’ diverse, come se stessi recitando un copione che non hai scritto tu ma che continua a ripetersi.

Se ti è capitato di vivere queste situazioni, questo articolo è per te che senti di avere gli stessi problemi a relazionarti con le persone importanti della tua vita. Vorrei aiutarti a guardare più da vicino che qualcosa di ciclico accade, ma che non sei ancora riuscito a mettere a fuoco il perché. Se prima preferisci un quadro più generale, qui trovi cosa sono i problemi relazionali e perché nascono

Schemi relazionali: quando gli stessi problemi si ripetono

Ogni volta parti convinto che sarà diverso, che la storia precedente sia stata solo una brutta esperienza. Eppure, dopo qualche mese, ti ritrovi esattamente nel punto in cui eri finito le altre volte.

Quello che stai vivendo ha un nome: si chiama schema relazionale. È una sorta di mappa emotiva che hai costruito nel tempo, a partire dalle tue prime esperienze affettive. Ti guida nel modo in cui stai dentro le relazioni e ti porta a legarti a persone precise, che puntualmente rimettono in scena lo stesso schema. Come in un copione: cambiano gli attori, ma la parte che reciti è sempre quella.

Tutto comincia già dall’attrazione. Quando conosci qualcuno pensi che sia solo una questione di gusti, invece una parte di te riconosce nell’altro un modo di essere che ti è familiare. Il tuo sistema emotivo scambia quella familiarità per affinità. Anche se quel legame finirà per farti soffrire, per quella parte di te è come un porto conosciuto: ti fa sentire al sicuro perché sai già come si sta in una relazione così.

Poi, una volta dentro la relazione, lo schema si mette in moto da solo e la trama torna a ripetersi, quasi sempre senza che tu te ne accorga.

La psicoanalisi ha dato un nome a questo movimento: coazione a ripetere, cioè la tendenza a ricreare, senza volerlo, situazioni che conosciamo già.

Riconoscere questo meccanismo non significa colpevolizzarsi. In una relazione si è sempre in due e le responsabilità si dividono. Capire lo schema significa accorgersi che una parte di questa dinamica passa attraverso di te: ed è una buona notizia, perché è l’unica parte su cui hai davvero il potere di agire.

Non succede solo in amore

Quando ci fai caso, ti accorgi che lo stesso copione non resta chiuso dentro la storia d’amore, ma si affaccia anche negli altri legami importanti, sempre con la stessa dinamica.

“Ma allora sono io il problema?”

A questa domanda non si può rispondere con un sì o con un no. Non sei “il problema” nel senso che ci sia qualcosa di guasto in te, ma dentro la relazione lo schema passa anche dalle tue reazioni. Quando l’altro tarda a risponderti, per esempio, in una frazione di secondo può accendersi un’ansia che ti spinge a scrivergli ancora oppure una chiusura che ti fa sparire per giorni.

La cosa più difficile è che non lo vedi: a te sembra la risposta naturale a ciò che l’altro ha fatto, non qualcosa che hai imparato nel tempo. Eppure quella reazione cambia il modo in cui l’altro ti risponde, fino a riportarvi proprio dove temevi.

Non è un difetto del tuo carattere, è qualcosa che hai imparato. Proprio per questo merita di essere guardato con più attenzione.

Ovviamente riconoscere uno schema non vuol dire giustificare i comportamenti inaccettabili. Manipolazione, violenza, tradimenti ripetuti o trascuratezza non sono mai accettabili qualsiasi sia il copione.

Come riconoscere uno schema relazionale

Da dentro non è sempre facile accorgersene, ma ci sono alcuni segnali che vale la pena ascoltare.

  • cambiano le persone, ma la trama e il finale si somigliano.
  • le tue reazioni sono più forti di quanto la situazione richieda e lo capisci solo dopo.
  • provi spesso la sensazione di “lo sapevo che sarebbe finita così”.
  • ti attraggono persone che ti fanno sentire nello stesso modo, anche se all’apparenza sono diverse, le stesse emozioni (paura di essere lasciato, senso di non bastare, bisogno di scappare) tornano in amore, in amicizia e al lavoro.
  • quando una relazione è tranquilla e stabile ti senti a disagio o ti annoi.

I copioni relazionali più comuni

Ogni storia è diversa, eppure nel mio studio alcuni copioni tornano con una regolarità che colpisce. Quasi tutti ruotano intorno a due paure: quella di perdere l’altro e quella di perdere sé stessi quando l’altro si avvicina troppo. Non sono categorie rigide, perché in ognuno di noi convivono un po’ entrambe, ma capire quale prevale nella tua storia è un buon punto da cui cominciare a guardarla.

Ti innamori sempre di persone che non ci sono davvero

Può trattarsi di persone già impegnate, emotivamente distanti o che ti dicono di “non essere pronte” a una relazione. All’inizio l’attrazione verso di loro è fortissima, poi subentra l’attesa di un messaggio, di una scelta, di un segnale che non arriva mai del tutto.

Eppure resti. Resti perché ogni tanto arriva un segnale, una sera bellissima o una promessa, che riaccende la speranza proprio quando stavi per lasciar perdere. Resti perché, sotto sotto, c’è l’idea profonda che l’amore va conquistato: riuscire finalmente a farti scegliere da chi si nega sarebbe la prova che vali, mentre andartene vorrebbe dire ammettere di non esserci riuscito. È per questo che una persona sempre presente quasi non ti sembra amore.

La conseguenza è che la relazione passa aspettando, mentre la tua autostima si consuma un po’ alla volta: più l’altro si nega, più ti convinci di non valere abbastanza, rimani legato all’altro perché andartene adesso vorrebbe dire dare ragione alla tua paura.

Ti annulli per piacere e ti senti invisibile

Dici di sì quando vorresti dire di no, eviti i conflitti e ti adatti a tutto, tanto da sembrare la persona più accomodante del mondo. Se da piccolo hai imparato a sparire un po’ per essere accettato, è facile che tu continui a farlo anche nelle relazioni di oggi, quando nessuno te lo chiede più.

Il prezzo arriva dopo. L’altro, senza volerlo, si abitua a una persona che non chiede nulla e smette di domandarsi di cosa tu abbia bisogno; tu intanto accumuli una stanchezza che diventa rancore, finché esplodi per una cosa piccola o ti allontani all’improvviso, lasciando l’altro senza capire cosa sia successo. Alla fine ti ritrovi a confermare proprio la paura da cui eri partito: che essere te stesso non basti per essere amato.

Ti leghi a chi ha bisogno di essere salvato

È quella che molti chiamano sindrome della crocerossina o del salvatore. Più che una diagnosi, descrive bene un copione in cui ti avvicini a chi soffre o è in difficoltà, convinto che basterebbe amarlo abbastanza perché cambi. Prendersi cura degli altri è una bellissima qualità che però diventa un problema quando è l’unico modo che conosci per sentirti necessario e quindi al sicuro.

Nel tempo la relazione si sbilancia: tu dai, l’altro prende, ma lo spazio per i tuoi bisogni si restringe fino a sparire. Se l’altro sta meglio può capitare che se ne vada; se non cambia, resti al suo fianco sempre più svuotato, con la sensazione amara che nessuno si sia mai preso cura di te.

Scappi quando l’altro si avvicina troppo

Finché la relazione resta leggera va tutto bene, ma quando l’altro chiede più vicinanza o comincia a parlare di futuro senti il bisogno di fare un passo indietro. All’improvviso inizi a notare difetti o a sentirti soffocare. Non si tratta di freddezza quella voglia di creare distanza: è il modo in cui hai imparato a proteggerti, perché se non ti appoggi a nessuno, nessuno potrà deluderti.

Così le relazioni si interrompono proprio quando potrebbero diventare importanti. Chi ti sta accanto si sente respinto e finisce per arrendersi o andarsene mentre tu resti con una libertà che somiglia molto alla solitudine, convinto che il problema fosse l’altro.

Gelosia e rassicurazioni che non bastano mai

Hai bisogno di sapere dov’è e con chi, basta un ritardo nel rispondere per diventare subito un segnale d’allarme. Chiedi conferme, le ottieni e per un po’ stai meglio, finché la paura non torna identica a prima e nessuna risposta riesce a soddisfarti.

Intanto la relazione si trasforma in un controllo continuo, faticoso per entrambi. L’altro si sente sotto esame e comincia a difendersi o a chiudersi. Quella distanza, nata proprio dalla tua paura, ti sembra la prova che avevi ragione a temere di perderlo.

Quando le due paure si incontrano: la trappola ansioso-evitante

La paura di essere abbandonati e quella di essere soffocati sono le due grandi forze che muovono questi copioni. Quando si incontrano nella stessa coppia, creano un incastro tanto perfetto quanto doloroso.

In psicologia questa dinamica prende il nome di attaccamento ansioso ed evitante. Ma al di là delle definizioni, serve capirla per un motivo molto semplice: per smettere di credere che sia “sfortuna”.

Accade infatti qualcosa di molto preciso:

  • da una parte c’è chi, nei momenti di tensione, teme di perdere il legame e cerca disperatamente vicinanza e rassicurazioni.
  • dall’altra c’è chi, negli stessi momenti, teme di perdere la propria libertà e sente il bisogno immediato di prendere le distanze.

Il risultato è un ballo a rincorsa: più il primo insegue per calmare l’ansia, più il secondo scappa per proteggersi.

La trappola è che questa dinamica finisce per confermare a entrambi la propria paura peggiore. Chi insegue pensa: “Vedi? Lo sapevo che mi avrebbe lasciato”. Chi scappa pensa: “Vedi? Lo sapevo che mi avrebbe soffocato”.

Spiego questo concetto perché ci spiega un modo di reagire che cambia quando impariamo a sentirci al sicuro. Serve a farti vedere che, finché non si scioglie questo nodo interno, cambiare relazione non basta: senza accorgercene, tenderemo sempre a rimettere in scena la stessa musica con un ballerino diverso.

Da dove nascono gli schemi relazionali

Non serve aver vissuto un’infanzia drammatica perché uno schema relazionale si formi. Bastano piccole esperienze ripetute, vissute da quando eri bambino e stavi imparando com’è fatto il mondo e quanto ci si può fidare degli altri.

Quella che oggi ti sembra un’ansia esagerata, un bisogno di compiacere o una voglia di scappare, allora era una strategia per adattarti. Se l’affetto che ricevevi era altalenante, presente un giorno e distante quello dopo, potresti aver imparato che l’amore è instabile e va tenuto d’occhio. Se venivi criticato più di quanto venissi abbracciato, forse hai imparato che per essere accettato devi essere perfetto e non sbagliare mai. E se i tuoi bisogni passavano inosservati, è facile che tu abbia imparato a non chiedere nulla e a fare da solo.

Niente di tutto questo è colpa tua: eri un bambino e hai fatto l’unica cosa possibile, adattarti al tuo ambiente per proteggerti.

A queste prime lezioni possono aggiungersi ferite arrivate più avanti, come un tradimento inaspettato o un abbandono arrivato proprio quando avevi bisogno che qualcuno restasse. Esperienze così cambiano profondamente il modo in cui ti senti al sicuro nei legami e raramente si chiudono da sole.

Il problema è che quelle strategie, utilissime allora, oggi si attivano in automatico anche quando non c’è un vero pericolo e finiscono per ostacolare proprio la stabilità che desideri.

Ciò che è familiare ci attira, anche quando fa male.

“Se so che questa dinamica mi fa stare male, perché continuo a ricaderci?” è una delle domande che mi sento fare più spesso.

La risposta sta in un paradosso: per una parte di noi, ciò che è noto equivale a ciò che è sicuro. Ma è la speranza che questa volta la storia possa andare diversamente a spingerci verso le stesse situazioni.

Senza accorgercene, torniamo da chi è emotivamente non adatto a noi per dimostrare a noi stesssi che valiamo e potremo finalmente chiudere quella vecchia ferita.

Il problema è che cercare di guarire una ferita del passato usando le stesse dinamiche che l’hanno creata non fa che riportarci al punto di partenza. Per questo, se ti sei chiesto tante volte perché te la vai a cercare, la risposta è un’altra: non te la stai cercando, stai cercando a modo tuo di guarire.

Come iniziare a spezzare uno schema che si ripete

Se leggendo questo articolo qualcosa ha iniziato a muoversi dentro di te, sappi che è già un inizio importante. Ecco alcune piccole azioni da cui puoi partire fin da oggi:

  • Scrivi la trama delle tue storie. Annota come iniziano, cosa succede strada facendo e dove ti lasciano: messe una accanto all’altra, le somiglianze diventano evidenti.
  • Aspetta prima di reagire. Quando senti arrivare la solita urgenza, davanti a un messaggio che non arriva o a un silenzio, datti tempo prima di agire. Se stai per mandare il terzo messaggio di fila, aspetta venti minuti e scrivi su un foglio cosa stai provando; se stai per chiuderti, prova a dire in una sola frase di cosa hai bisogno, senza accusare.
  • Chiediti a chi stai rispondendo. Prima di reagire, chiediti con sincerità se stai rispondendo alla persona che hai davanti o a qualcuno del tuo passato.
  • Guarda con occhi nuovi chi ti dà tranquillità. La persona che d’istinto ti sembra “noiosa” o poco travolgente potrebbe essere semplicemente la prima che non ti fa sentire in pericolo.


Perché capirlo con la testa non basta

Se hai già provato a ragionarci da solo, saprai anche che accorgersi dello schema non basta per riuscire a scardinarlo del tutto. Puoi aver capito benissimo perché reagisci in un certo modo e sentire comunque quella stretta allo stomaco, come se la testa avesse capito ma il corpo e le emozioni no.

Certe risposte emotive non si sciolgono a parole, perché non è a parole che si sono formate. Vivono in una parte di te più profonda. Per cambiarle serve un accompagnamento sicuro, un percorso in cui arrivare con calma in quel punto che da soli è quasi impossibile toccare. Non esiste una strada uguale per tutti: l’approccio si sceglie insieme, a partire dalla tua storia e da ciò di cui hai bisogno.

Quando sotto lo schema ci sono esperienze rimaste bloccate, come un abbandono o un tradimento che continuano a farsi sentire con intensità, approcci come la terapia EMDR aiutano a elaborare quei ricordi, così che smettano di pesare sul presente con l’intensità di allora. Se vuoi capire meglio cosa succede in seduta, ho spiegato qui come funziona la terapia EMDR.

Scegliere di cambiare copione

Riconoscere il proprio copione ci permette di dare finalmente voce ai nostri bisogni e di sentire che valiamo abbastanza da essere amati così come siamo. È così che iniziamo a scegliere persone diverse e il cerchio si spezza: la storia non si ripete più uguale e anche il finale può cambiare. Le relazioni smettono di essere una lotta per diventare, semplicemente, un luogo che ci fa stare bene.


Domande frequenti

Perché scelgo sempre lo stesso tipo di partner?

Spesso non è una scelta consapevole. Riconosciamo come “familiare” un modo di stare in relazione imparato presto, e il familiare, anche quando fa male, ci attira perché lo conosciamo.

Gli schemi relazionali si possono cambiare?

Sì. Non si cancellano con la forza di volontà, ma in un percorso psicologico si possono riconoscere, capire ed elaborare, fino ad avere più libertà di scelta nei legami.

Gli schemi relazionali riguardano solo la coppia?

No, lo stesso copione può tornare nelle amicizie, con i genitori e al lavoro, perché nasce da un modo di sentire le relazioni in generale.

Cosa significa attaccamento ansioso ed evitante?

Sono due modi opposti di proteggersi nelle relazioni. Chi ha un attaccamento ansioso teme di essere lasciato e cerca vicinanza; chi ha un attaccamento evitante teme di essere trattenuto e prende le distanze. Quando si incontrano, spesso si alimentano a vicenda.

Quando rivolgersi a uno psicologo?

Quando la stessa dinamica torna e ti fa soffrire, o quando capire il problema con la testa non basta a cambiare come reagisci. Non serve aspettare di stare molto male.

Questo articolo ha uno scopo informativo e non sostituisce una valutazione clinica personalizzata. Se ti sei ritrovato in ciò che hai letto e senti il desiderio di capirci di più, la Dott.ssa Martina Gerbi, psicologa e psicoterapeuta ad Asti specializzata in terapia EMDR, riceve su appuntamento in studio e online. Un primo colloquio è semplicemente un modo per iniziare a fare chiarezza in te. Contatta lo studio per fissare un primo incontro

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