Come funziona l’EMDR e per chi è indicato

Dott.ssa Martina Gerbi, psicoterapeuta, nel suo studio dove pratica la terapia EMDR ad Asti.

C’è qualcosa che ho notato, negli anni, nel modo in cui le persone descrivono certe esperienze dolorose del passato: non le raccontano mai come qualcosa che è accaduto, ma come qualcosa che continua ad accadere. Il verbo, quasi sempre senza rendersene conto, è al presente. “Mi sento in pericolo.” “Non valgo nulla.” “Sono io il problema.”

Il passato, per chi porta un trauma non elaborato, non è mai una storia chiusa. È un luogo in cui si continua a tornare, spesso senza volerlo, richiamate dentro da un odore, da una voce, da una scena intravista per un secondo. E ogni volta che ci si torna, il corpo reagisce come se fosse la prima volta: lo stesso peso nello stomaco, lo stesso respiro che si accorcia, le stesse emozioni intatte, come fossero state messe sotto vetro.

Lavoro come psicoterapeuta ad Asti da 14 anni e la terapia EMDR è uno dei metodi che uso quando riconosco questo tipo di blocco nelle persone che vengono a trovarmi. Non è l’unico strumento che ho e non lo propongo a tutti, ma quando lo adottiamo i cambiamenti che produce sono tra i più netti che ho visto in anni di lavoro clinico.

Perché il cervello blocca certi ricordi

Il cervello, in condizioni normali, elabora le esperienze mentre dormiamo. Durante il sonno REM, i ricordi della giornata vengono smistati, integrati nella memoria a lungo termine e privati, progressivamente, della loro carica emotiva più acuta. È un processo automatico che avviene senza che dobbiamo fare nulla.

Quando un evento è troppo intenso, però, questo processo si inceppa.

L’amigdala, che è la struttura cerebrale che funge da sistema d’allarme, entra in uno stato di attivazione così elevato da mettere in pausa le aree deputate al linguaggio e al pensiero razionale. Il ricordo viene conservato in forma grezza, con tutte le immagini, le sensazioni fisiche e le emozioni di quel momento ancora intatte, come se il tempo si fosse fermato lì. Ed è per questo che basta uno stimolo qualsiasi, a volte banale, per riattivare quella risposta d’allarme come se il pericolo fosse ancora presente, come se niente fosse finito.

Capire questo meccanismo cambia la prospettiva su se stesse. Quella reattività, quella sensazione di andare in pezzi per cose che “non dovrebbero” fare così male, non è un difetto del carattere. È una risposta fisiologica precisa di un sistema nervoso che sta cercando di proteggerti con le informazioni che ha.

Il modello teorico su cui si basa l’EMDR si chiama AIP, Adaptive Information Processing, e descrive il cervello come un sistema dotato di una capacità innata di autoguarigione, simile a come il corpo sa rimarginare una ferita da solo, se messo nelle condizioni giuste. L’EMDR crea quelle condizioni: fornisce al cervello ciò di cui ha bisogno per riprendere il lavoro di elaborazione che era rimasto a metà.

Come funziona l’EMDR

La parte della tecnica che incuriosisce di più, di solito, è la stimolazione bilaterale. Durante la seduta, mentre si tiene in mente l’immagine o la sensazione legata al ricordo, si seguono con gli occhi le mie dita che si muovono da sinistra a destra, oppure si ascoltano suoni alternati nelle cuffie, o si ricevono leggeri tocchi ritmici sulle mani.

Questi stimoli, alternati tra i due lati del corpo, attivano una comunicazione tra i due emisferi cerebrali in modo simile a quanto avviene durante il sonno REM, favorendo la ripresa del processo di elaborazione rimasto bloccato.

Quello che si sente dall’interno, mentre succede, è che il ricordo comincia a perdere intensità, le emozioni si allentano, quello che sembrava enorme diventa, seduta dopo seduta, qualcosa di più “gestibile”.

Il ricordo non scompare, perché l’EMDR non cancella nulla, ma perde la sua carica, smette di essere una minaccia del presente e torna a essere quello che è sempre stato: qualcosa che è accaduto, nel passato.

Vale la pena sapere che su questo metodo esiste una base scientifica solida. Dal 2013 è raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come trattamento di prima scelta per il PTSD, e l’American Psychological Association lo include tra le terapie evidence-based per il trauma. In Italia, l’Associazione EMDR Italia conta oltre 7.000 terapeuti formati, e ha operato gratuitamente in alcune delle emergenze più gravi degli ultimi anni.

Cosa succede quando si inizia un percorso

Una cosa che sorprende quasi sempre chi viene da me per la prima volta è che non si inizia subito a lavorare sul trauma.

Le prime sedute servono a costruire le basi, a creare quello che in termini tecnici si chiama stabilizzazione, ma che in sostanza significa dare alla persona una serie di risorse interne su cui fare affidamento quando il lavoro diventa più intenso.

Una delle esercitazioni che uso più spesso è quella del posto sicuro: guido la persona nell’identificare un luogo, reale o immaginario, in cui si sente bene, e lavoriamo insieme per ancorare quella sensazione al corpo attraverso i dettagli sensoriali che lo caratterizzano. Diventa una specie di ancora, un posto a cui tornare internamente se durante la seduta l’attivazione emotiva dovesse farsi troppo pesante.

Quando siamo pronti, il lavoro sul ricordo segue un protocollo strutturato in otto fasi. Si individua insieme l’immagine peggiore legata all’evento, la convinzione negativa che si porta dietro, come “non sono al sicuro” o “sono io il colpevole”, e la sensazione fisica che emerge nel corpo quando ci si pensa.

Poi parte la stimolazione bilaterale, e da quel momento il cervello della persona prende il comando. Non si deve raccontare ogni pensiero, non si devono trovare le parole giuste, si può semplicemente osservare quello che emerge, come se si guardasse scorrere un paesaggio dal finestrino di un treno, sapendo di essere al sicuro, sedute qui, nello studio.

Le sedute durano circa sessanta minuti. Spesso, alla fine, le persone si sentono stanche ma è normale: significa che il processo di elaborazione è in corso e che può continuare anche nei giorni successivi, attraverso sogni o pensieri che poi si assestano da soli.

Perché ho scelto di formarmi sull’EMDR

Quello che mi ha convinta, quando ho incontrato l’EMDR durante la mia formazione, non è stata la tecnica in sé. Esistono molti metodi validi per lavorare sul trauma e la scelta di uno strumento dipende sempre dalla persona che si ha di fronte, non da una preferenza astratta del terapeuta.

Quello che mi ha convinta è stato vedere le persone fare qualcosa che anni di elaborazione verbale non erano riusciti a produrre: sentire, nel corpo, che quel ricordo apparteneva davvero al passato. Non capirlo razionalmente, che è una cosa diversa e spesso già raggiunta. Sentirlo.

Per chi è indicata

La maggior parte delle persone associa l’EMDR al PTSD, il Disturbo da Stress Post-Traumatico ed è corretta: è per questa diagnosi che l’OMS lo raccomanda come trattamento di elezione. Ma nel mio lavoro quotidiano ad Asti lo utilizzo molto più spesso per qualcosa di più sottile, e in un certo senso più diffuso.

Esistono i traumi con la T maiuscola, quelli legati a eventi singoli e violenti, incidenti, lutti improvvisi, aggressioni, situazioni di pericolo reale.

E poi esistono i traumi con la t minuscola, che sono esperienze relazionali ripetute nel tempo: l’umiliazione vissuta a scuola e mai davvero metabolizzata, la famiglia in cui le emozioni non trovavano spazio, il senso cronico di non essere abbastanza che accompagna una persona fin dall’infanzia.

Questi secondi non hanno la forma drammatica di un evento singolo, forse per questo vengono spesso minimizzati, anche da chi li ha vissuti. Ma la loro impronta sul sistema nervoso è ugualmente reale.

L’EMDR è efficace anche per l’ansia e gli attacchi di panico quando si riconosce un nucleo traumatico, per le fobie specifiche, per la depressione legata a esperienze dolorose del passato, per il lutto complicato, per i disturbi alimentari e per alcune forme di dipendenza.

A volte, nel lavoro, emerge anche qualcosa di più sottile: persone che arrivano con difficoltà di attenzione e memoria che hanno sempre attribuito al carattere o alla stanchezza, e che invece sono il riflesso di un sistema nervoso cronicamente in allerta. In quei casi, affiancare una valutazione neuropsicologica al percorso terapeutico permette di avere un quadro molto più preciso da cui partire.

Quanto dura un percorso

Non esiste una risposta valida per tutti, diffida di chi ti dice per certo un numero di sedute senza conoscerti. Per un trauma singolo e circoscritto, spesso bastano otto o dodici sedute di lavoro specifico sull’EMDR. Per storie più complesse, con traumi relazionali precoci o più esperienze sovrapposte, il percorso è più lungo e l’EMDR diventa uno degli strumenti di una psicoterapia più ampia, integrata con altri approcci in base a quello che emerge nel lavoro insieme.

I cambiamenti, quando arrivano, sono percepibili in modo netto. Non una vaga sensazione di “stare un po’ meglio”, ma un’effettiva differenza nel modo in cui si reagisce agli stimoli che prima attivavano quelle risposte. Il ricordo rimane. Ma non fa più lo stesso male.

Alcune domande che mi vengono poste spesso

L’EMDR funziona anche se non ho vissuto un trauma grave?

Sì. Il criterio non è la gravità dell’evento in sé, ma l’impatto che ha avuto su di te. Molte persone con cui lavoro non hanno vissuto nulla di eclatante, ma portano esperienze relazionali ripetute che hanno lasciato un’impronta concreta sul sistema nervoso.

Devo raccontare tutto quello che mi è successo?

No, puoi dirmi quello che ti senti. Il cervello compie gran parte della rielaborazione internamente. Non è necessario mettere tutto in parole per lavorare bene.

Quante volte alla settimana si viene?

Di solito una volta alla settimana, talvolta ogni due nelle fasi più intensive, per dare al sistema nervoso il tempo di integrare il lavoro fatto tra una seduta e l’altra. Lo stabiliamo insieme in base alla tua situazione.

Si può fare online?

Sì. Con una connessione video stabile il protocollo funziona altrettanto bene, utilizzando la stimolazione visiva a schermo o il tapping autonomo guidato.

Dove si trova lo studio?

Ricevo ad Asti, in una sede facilmente raggiungibile anche da Alba, Canelli, Nizza Monferrato e dai comuni dell’astigiano. Per tutte le informazioni pratiche puoi consultare la pagina contatti.

l primo colloquio non è una seduta di EMDR. È uno spazio in cui mi racconti quello che stai attraversando, io ti spiego come lavoro, valutiamo insieme se c’è la possibilità di costruire qualcosa. Dura circa un’ora, si svolge in un ambiente riservato e alla fine avrai una direzione chiara, indipendentemente da come andrà.

Se stai valutando la terapia EMDR ad Asti o nell’astigiano, scrivimi per fissare un appuntamento. Puoi anche visitare la pagina dedicata alla terapia EMDR per una panoramica più scientifica e diretta sul servizio.

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