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Psicologia e fotografia

“L’occhio vede ciò che la mente conosce.”
Johann Wolfgang Goethe

L’utilizzo della fotografia come strumento di indagine in psicologia nasce nel 1848 quando Hugh Welch Diamond, psichiatra britannico, iniziò per primo a fotografare i pazienti del manicomio in cui lavorava, il Surrey County Lunatic Asylum., situato ad Hooley, cittadina del sud est inglese.

H.W. Diamond, co-fondatore inoltre nel 1853 del più antico circolo di fotografia del mondo “The Royal Photographic Society of Great Britain” idealizzò la terapia con l’approccio di una metodologia da indagine scientifica: la fotografia come modo per dare un volto alla sofferenza umana.

Interessanti però, furono le conseguenze pratiche rispetto a quanto teorizzato: da mezzo di indagine scientifica la fotografia si dimostrò soprattutto un facilitatore per la cura. I pazienti, immortalati in momenti diversi della loro malattia mentale, vedevano il loro aspetto mutare e migliorare grazie alla testimonianza degli scatti: ciò aumentava la loro autostima e diventava motore di cambiamento.

Durante il ‘900, furono diversi gli psicologi che diedero un contributo all’utilizzo metodologico della fototerapia: Jacob Levi Moreno, il padre dello psicodramma, negli anni ’40 usava le fotografie in apertura delle sedute di gruppo (agli albori del loro utilizzo) mentre Carl Ramson Rogers, lo psicologo fondatore della corrente umanista, usava la fotografia come stimolo visivo durante le sue terapie non direttive.

E’ nel 1975 però che l’utilizzo delle fotografie in psicoterapia ottenne una formulazione più strutturata grazie a   Judy Weiser , psicologa ed arte-terapeuta canadese, considerata attualmente una dei maggiori esperti mondiali in materia.

Weiser coniò per la prima volta in un suo articolo (“Photography as a verb”) il termine “Fototerapia”: la fotografia quindi, da oggetto artistico e scientifico aveva assunto una nuova veste, quella terapeutica, aiutando le persone ad esplorare e dare forma a sentimenti che avrebbero potuto rimanere nascosti all’indagine verbale.

Non è raro infatti che, durante una psicoterapia, il terapeuta chieda al paziente di portare alcuni scatti della sua vita con lo scopo di far riaffiorare ricordi, far emergere emozioni bloccate e favorire così la ricostruzione della storia di vita del paziente.

L’anima stessa della fotografia è la capacità propria di fermare i momenti, il cui diretto risultato è un’immagine che blocca ed al tempo stesso suscita in chi le guarda, emozioni.

Nel 1893 la stessa disperata necessità emotiva del fissare i propri sentimenti portò Edvard Munch a dipingere “L’urlo”: uno specchio su tela della sua angoscia materiale.

Da qui il collegamento con il progetto della fotografa Dayana Marconi: I can hear you now.

Dayana Marconi, nel suo ritrarre l’urlo in vari scatti temporali, suscita in chi guarda diverse reazioni emozionali.

Occorre notare in prima battuta come in una fotografia l’urlo si possa vedere ma non ovviamente udire. Analizzando l’opera si percepisce l’idea di un urlo bloccato, un “vorrei ma non posso” obbligato, proprio delle norme sociali che (dis)regolano la nostra vita.

Nell’epoca attuale non c’è posto per la sofferenza psicologica: l’individuo è soffocato dal lavoro, dalla competitività, dalla continua richiesta di alti livelli prestazionali; il ritmo frenetico di questa esistenza ruba energie, tempo e risorse e la conseguenza diretta è l’apparenza di una tenuta stagna emotiva, di una mesta realtà positiva artificiale: il bisogno di far finta che vada tutto bene e così sia.

E l’urlo rimane interno, bloccato.

Un urlo taciuto.

Ammettere l’evidenza è necessario però, la sofferenza esiste ed è reale: un sentimento che represso (“l’urlo taciuto”) potrebbe diventare autodistruttiva mentre se espresso (“l’urlo gridato”) potrebbe assumere una connotazione etero distruttiva.

In questo, il progetto di Dayana assume un’importanza concreta: di sofferenza e di malessere psichico si può e, per certi versi, si deve parlare. Riconoscere i propri limiti, condividere i propri vissuti, aprirsi all’Altro è il primo passo verso il cambiamento.

La psicoterapia insegna che occorre prendere la sofferenza per mano, analizzarla da diversi punti di vista ed angolazioni, attraverso un percorso a cui abbinare il mezzo espressivo che il soggetto sente più vicino alle proprie necessità, sia esso la scrittura, il cinema, la pittura o la fotografia.

Passeggiavo per un sentiero con due amici, il sole stava tramontando. Ho sentito salire la malinconia. Improvvisamente il cielo divenne color rosso sangue. Mi fermai, appoggiato contro lo steccato, stanco morto. E guardai le nuvole sospese sopra il fiordo blu-nero e la città come lingue di fuoco e sangue. I miei amici camminavano avanti. Io restai lì tremante di paura. E sentii un grande urlo senza fine attraversare la natura.”

Edvard Munch su “L’urlo”

Per il collegamento al mio articolo in inglese, grazie alla traduzione di Dayana Marconi, cliccate qui.

Per il collegamento al profilo Instagram del progetto, cliccate qui.